tech trends 2026

I Tech Trends che guideranno il 2026.

Se c’è una parola che descrive il 2026 nel mondo tech, non è “innovazione”, ma “scelta”.

Per lungo tempo l’accessibilità digitale è rimasta in una zona grigia: un “nice to have” da aggiungere a progetto concluso, quando il budget era quasi finito e la roadmap già piena. Oggi questo approccio appare sempre più anacronistico. Non tanto per una questione etica, quanto per una trasformazione strutturale del mercato. Dal 28 giugno 2025, con l’entrata in applicazione dell’European Accessibility Act, i requisiti di accessibilità non sono più opzionali, ma diventano una condizione di accesso per molti prodotti e servizi immessi sul mercato. Sempre più team stanno lavorando a un’accessibilità integrata “dalla nascita” del prodotto, con impatti diretti su design, sviluppo e governance.

Il primo fraintendimento da superare è pensare che l’accessibilità riguardi solo le pagine web. Standard come la EN 301 549 chiariscono che il perimetro è molto più ampio e include software, applicazioni, componenti, hardware e le loro combinazioni. Non è un tema riservato a designer o frontend developer, ma interessa chiunque lavori su prodotti digitali complessi, soprattutto in contesti di public procurement e forniture strutturate. Qui emerge il divario tra obiettivi dichiarati e realtà operativa: il WebAIM Million 2025 mostra che il 94,8% delle home page analizzate presenta errori WCAG rilevabili automaticamente, con una media di 51 errori per pagina. E questi numeri raccontano solo una parte della storia: gli strumenti automatici non intercettano tutti i problemi.

Il dato più significativo non è la quantità di errori, ma la loro distribuzione: il 96% rientra sempre nelle stesse sei categorie: contrasto insufficiente, testi alternativi mancanti, label dei form assenti, link vuoti, bottoni vuoti e lingua del documento non dichiarata. Gli stessi errori si ripetono progetto dopo progetto. Non serve rifare tutto, serve partire dalle poche cose che contano davvero: basti pensare che il solo problema del contrasto è presente nel 79,1% delle home page analizzate. Non è un dettaglio, ma un problema sistemico. Significa che quasi 8 siti su 10 hanno testi illeggibili per chi ha problemi di vista, usa schermi in condizioni di luce intensa o semplicemente invecchia.

Nel 2026 le WCAG 2.2 non sono più percepite come una sigla da decifrare, ma come un aggiornamento concreto della UX: dal focus da tastiera che non deve essere coperto da sticky e banner, alle alternative ai movimenti di dragging, alle dimensioni minime dei target cliccabili, fino all’help coerente, all’eliminazione delle informazioni ridondanti e all’autenticazione accessibile. Temi che rappresentano ostacoli reali nell’esperienza quotidiana degli utenti.

Da qui nasce il trend operativo più interessante: “accessibilità by design e by default”. La correzione dell’errore non avviene a progetto concluso, ma passo dopo passo. I team più maturi lavorano sui componenti del design system, rendendoli accessibili una volta e riutilizzandoli ovunque: form, modali, menu, card, tooltip. Il vantaggio è duplice: da un lato si riduce il costo dei bug ricorrenti, dall’altro si rende scalabile la qualità. Non è solo questione di compliance, ma una scelta di efficienza.

L’accessibilità entra anche nei processi di delivery, divenendone un punto chiave. Nel 2026 l’approccio che produce risultati è fatto di controlli piccoli ma continui: test automatici dove hanno senso, affiancati da checklist manuali sui flussi critici — navigazione da tastiera, utilizzo con screen reader, gestione dei focus state. La maggior parte dei problemi reali è ripetitiva e tende a riemergere ad ogni refactor, ogni nuova sezione, ogni rilascio.

Parlando di leadership e maturità del prodotto, l’accessibilità diventa una metrica di qualità. WebAIM segnala un aumento della complessità delle home page, con DOM sempre più estesi e un uso crescente di ARIA. Senza standard interni e governance chiara, creare regressioni e comportamenti incoerenti è fin troppo facile. In conclusione, non si tratta solo di “mettere le alt”, ma di gestire il prodotto come un sistema.

In questo scenario, l’AI gioca un ruolo da copilota: accelera revisioni di contenuti, suggerisce testi alternativi, titoli e microcopy, supporta controlli preliminari e intercetta errori ripetitivi. Non può sostituire le scelte di design, implementazione o test sull’esperienza reale.  Un esempio concreto: un LLM può generare alt text per centinaia di immagini in pochi minuti, ma non sa se quell’immagine è decorativa o informativa nel contesto della pagina. Non sa se l’utente ha già letto quella descrizione tre paragrafi prima. Non sa se il tone of voice è coerente con il resto del contenuto. Nel 2026 l’AI smette di essere raccontata come un “tool miracoloso” e diventa una questione di processo e responsabilità, segnando il passaggio dall’accessibilità come iniziativa all’accessibilità come qualità del prodotto.

Se l’accessibilità spinge a scelte consapevoli nel design, lo stesso avviene nelle architetture AI. Molte aziende stanno rivedendo la convinzione che il valore dell’AI sia proporzionale alla dimensione del modello. I costi per token sono crollati, ma le spese complessive continuano a crescere. Il paradosso non è tecnologico, ma strutturale: l’uso dell’AI è aumentato più velocemente della riduzione dei costi unitari, con il risultato di fatture mensili sempre più alte e architetture potenti ma difficili da sostenere nel lungo periodo.

In questo contesto tornano centrali gli Small Language Models, modelli più piccoli, specializzati e ottimizzati per task specifici. Invece di delegare tutto al cloud, molte organizzazioni fanno girare l’AI localmente, su device, server on-premises o infrastrutture edge. Non è un ritorno al passato, ma un passo avanti verso un’AI più efficiente e mirata.

Tre pressioni rendono questa scelta inevitabile. La prima è economica: per workload continui e ad alto volume, come analisi documentale o customer service automatizzato, il punto di pareggio tra cloud e locale è già superato in molti casi. La seconda è normativa: GDPR, EU AI Act e regolamenti settoriali impongono limiti chiari su dove e come i dati possono essere elaborati. La terza riguarda latenza ed esperienza utente: in applicazioni critiche, la differenza tra una risposta in pochi millisecondi e una in centinaia non è trascurabile. Edge computing e modelli locali garantiscono reattività, affidabilità e continuità, anche senza connettività stabile.

I dati confermano questa direzione: cresce l’adozione di AI on device ed edge, insieme a tecniche di ottimizzazione come quantizzazione e pruning. Il cambiamento operativo è profondo. Le aziende più mature abbandonano l’approccio cloud-first a favore di un approccio workload-first, chiedendosi non più “possiamo metterlo in cloud?”, ma “dove ha senso far girare questo modello, considerando costi, performance e vincoli normativi?”. La sostenibilità dell’AI passa dalla specializzazione, non dalla scala indiscriminata.

Nel frattempo, gli AI agent raggiungono maturità tecnica: pianificano, prendono decisioni, correggono errori e portano a termine sequenze di azioni complesse con minimo intervento umano. Eppure molti progetti faticano a uscire dalla fase di sperimentazione. Il motivo non è tecnologico: molte aziende continuano ad automatizzare processi già inefficienti invece di ripensarli. Solo una minoranza dei progetti agentici è oggi in produzione, mentre la maggioranza resta ferma ai pilot, rischiando di essere abbandonata per ragioni operative più che tecniche.

La differenza tra fallimento e successo è evidente: inserire l’AI in workflow legacy produce benefici marginali; ripensare i processi dall’obiettivo finale cambia i risultati di scala. Un esempio: automatizzare l’approvazione di una richiesta di rimborso che passa per cinque livelli gerarchici non risolve il problema. Chiedersi “perché servono cinque approvazioni?” e ridisegnare il processo intorno all’agent cambia tutto. Gli AI agent diventano catalizzatori di trasformazione organizzativa, non semplici acceleratori di inefficienze esistenti. Gli AI agent diventano catalizzatori di trasformazione organizzativa. Le aziende passano da sistemi che eseguono istruzioni a sistemi che prendono decisioni, con nuove esigenze di governance: human in the loop, audit trail, controllo dei costi, orchestrazione di più agenti. Senza queste strutture, complessità e costi aumentano; con esse, il valore cresce.

Anche i ruoli cambiano: cresce la domanda di competenze ibride tra business, processo e tecnologia. Non basta far funzionare l’agent: serve capire dove può sostituire, affiancare o potenziare decisioni umane. Il messaggio è chiaro: automatizzare un processo rotto lo rende solo più veloce, non migliore. Nel 2026, i progetti di AI agent sono prima di tutto progetti di ridisegno dei processi, e solo in secondo luogo tecnologici.

Questo spirito di scelta consapevole attraversa anche l’evoluzione del cloud. Nel 2026 non si tratta più di cambiare provider, ma di cambiare infrastruttura. Dopo anni di dominio degli hyperscaler generalisti, emergono i neocloud, provider GPU-first progettati per la Generative AI. La loro ascesa ridefinisce il ruolo del cloud e mette in discussione piattaforme come AWS e Azure. Secondo Forrester, questo approccio verticale sottrarrà circa 20 miliardi di dollari agli hyperscaler entro il 2026, soprattutto nei workload GenAI avanzati.

I neocloud non offrono solo GPU “a consumo”: mettono a disposizione piattaforme PaaS ottimizzate per tutto il ciclo di vita dei modelli AI — 

training, fine-tuning, inferenza e gestione di workload complessi. L’integrazione end-to-end riduce complessità e time-to-value per DevOps e ML engineering. La crescita dei neocloud è guidata dalla specializzazione su AI, machine learning e GPU-as-a-Service, con ricavi in aumento del 200% anno su anno.

Nel 2026 la strategia infrastrutturale si sposta definitivamente da cloud-first a workload-first. Ogni carico applicativo viene collocato nell’ambiente più adatto in base a performance, latenza, compliance, costi e sensibilità dei dati. Significa chiedersi: questo modello di AI serve inferenza real-time per utenti consumer o batch processing notturno per analytics? Gestisce dati sanitari soggetti a vincoli normativi o metriche di prodotto anonimizzate? Ha picchi di traffico prevedibili o imprevedibili? Le risposte portano a scelte diverse: edge per alcuni casi, neocloud per altri, hyperscaler generalisti per altri ancora. Il cloud diventa così un asset strategico AI-ready, capace di integrare dati distribuiti, edge computing e piattaforme intelligenti per garantire risposte rapide, personalizzate e scalabili. Il filo conduttore tra accessibilità, AI e infrastruttura è chiaro: non vince chi adotta di più, ma chi sceglie meglio dove e come far girare i propri workload.

Nel 2026 la maturità tecnologica si misura nella capacità di prendere decisioni architetturali e di prodotto guidate da vincoli reali normativi, economici, operativi  e non da default tecnologici. L’accessibilità diventa una qualità strutturale del prodotto quando è incorporata nei design system e nei processi di delivery.

L’AI crea valore quando è dimensionata sul task, con modelli specializzati e collocati nell’ambiente di esecuzione più adatto. Gli agent funzionano quando abilitano un ridisegno dei processi e una governance chiara, invece di replicare workflow inefficienti. Il cloud, infine, diventa una decisione architetturale, valutata in termini di latenza, compliance, costo totale e sostenibilità nel tempo, mettendo in forte discussione l’adozione degli hyperscaler come opzione predefinita a favore di piattaforme specializzate.

La parola chiave non è “innovazione”, ma “scelta”. E nel 2026 scegliere bene significa conoscere i vincoli prima delle opportunità, i costi prima delle promesse, comprendendo gli obiettivi reali del prodotto.

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