Che cos’è questa “performative life” di cui tutti parlano?.

Siamo in un momento storico in cui tutto può essere potenzialmente condiviso sui social. Nessuno ci obbliga a farlo, ma spesso viene naturale, come se vivere e postare fossero diventate due azioni che si susseguono automaticamente. Un rito dal quale non riusciamo a sottrarci e che crea quella che oggi viene definita una “performative life”, una vita performativa.

J’Nae Phillips, che scrive la newsletter Fashion Tingz sui trend online e offline, ha notato quanto questo termine venga usato sempre più spesso. “It’s now used to call out behavior that feels calculated, insincere, or optimized for an audience,” dice.

Ed è proprio qui il punto. Significa vivere in modo “ottimizzato per un pubblico”. 

Impacchettiamo le cose prima ancora di farne esperienza. Pensiamo a come appariranno mentre stanno accadendo. Pensiamo alle foto che potremo postare ancora prima di aver fatto un viaggio. Il cibo viene fotografato e pubblicato prima di essere assaggiato. I momenti prima di essere vissuti. Siamo immersi in uno spazio in cui tutto può essere osservato e ci troviamo a vivere così una vita che tiene costantemente conto di uno sguardo esterno, anche nell’intimità di casa nostra. 

Questo crea aspettative continue su chi dovremmo essere, come dovremmo apparire, su come definirci, su quale identità mostrare. Significa creare un racconto del sé, senza vivere davvero quello che stiamo facendo. Senza farci le domande giuste. 

La linea tra online e offline è sempre più sottile e questo influisce sul modo in cui percepiamo noi stessi. L’identità finisce per costruirsi anche attraverso ciò che pubblichiamo, attraverso i contenuti che scegliamo di mostrare.

Ed è così che si crea il paradosso moderno: se non facciamo reale esperienza delle cose, come facciamo a sapere chi siamo? E se non sappiamo chi siamo, che cosa stiamo condividendo? 

Sotto questa dinamica c’è spesso una fragilità molto umana. La paura di non essere abbastanza interessanti, di risultare noiosi, di non avere nulla di speciale da dire. Condividere diventa allora un modo per rassicurarsi, per sentirsi presenti, riconosciuti, parte di qualcosa. Adatti. Apprezzabili.

Non è necessariamente tutto sbagliato. Condividere può essere positivo e, a volte, anche utile. Può aprire a nuovi stimoli, farci scoprire interessi, connetterci a nuove persone, portarci a provare cose che da soli forse non avremmo mai considerato. Esistono community bellissime, scambi sinceri, ispirazioni reali. Non è tutto da buttare.

Il problema nasce quando si fa qualcosa solo per mostrarla, senza sentirla davvero propria, magari solo perché l’algoritmo ce lo suggerisce. In quei casi non si sta comunicando, ma prendendo distanza dall’esperienza. Si perde contatto con sé stessi e si finisce per vivere una vita che somiglia a quella di altre migliaia di utenti. Anche una vita carina, forse, ma non la propria. E così ci si priva dell’esperienza umana più importante, nella sua unicità individuale.

Che fare allora? Cancellare Instagram, TikTok, Facebook, X, Pinterest e andare a vivere in un casolare nel bosco? 

Per qualcuno può funzionare. 

Io credo di più nei compromessi e nell’utilizzo consapevole degli strumenti. A volte basta fermarsi e farsi una domanda molto semplice. 

“Farei questa cosa se non potessi fotografarla, condividerla, e fare vedere che l’ho fatta?”

Se la risposta è sì, la condivisione non toglie valore a ciò che stiamo vivendo. 

Se la risposta è no, forse è il momento giusto per rallentare e iniziare a fare conoscenza di una persona nuova: il vero sé.

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