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Cool Stuff 31 Mag 2019

L’uomo è (ancora) un animale sociale.

Deve solo ripassare un po’ come si fa.

Aristotele ci aveva visto lungo alla fine. Siamo fatti per vivere in mezzo agli altri. Gli altri ci servono; per capire meglio come siamo fatti, per metterci alla prova, per tirare fuori il meglio e il peggio di noi. Perché dal confronto, comunque sia, si può sempre tirare fuori qualcosa di positivo e, soprattutto, le cose della vita sono troppo vaste per vederle bene da soli. Forse è così che è nata la società, per guarirci dalla nostra miopia.

Immaginiamoci un essere umano dell’età della pietra che fino a quel momento aveva vissuto pensando di essere l’unico della sua specie. Casualmente incontra un suo simile mentre va a caccia. Accortisi di puntare la stessa preda, prima si prendono a cazzotti e poi, una volta che la selvaggina se l’è data a gambe per via della confusione, cominciano a scambiarsi gesti manuali impacciati, essendo i primi che fanno, nel tentativo di scambiarsi consigli su come costruire armi rudimentali più efficienti.

Una scintilla di società, nella sua forma più essenziale, un insieme di persone che scoprono di avere qualità, limiti e capacità differenti che possono mettere a servizio degli altri e a favore della comunità; ma non come forma di altruismo, proprio come un bisogno, che la parte più consapevole del nostro sistema nervoso non registra neanche. Lo si fa e basta, perché lo si sente. Perché è naturale. Già, perché l’uomo è proprio progettato per stare insieme agli altri, per vivere il suo individualismo, la sua realizzazione personale, insieme agli altri. Non per gli altri, non grazie agli altri, ma insieme. Sulla stessa barca.

È facile pensare che la società di riferimento di ognuno di noi, quella in grado di farci fare un qualche upgrade di noi stessi, sia quella formata dalla nostra famiglia, i nostri amici più stretti, insomma le persone che stanno all’interno del nostro personale cerchio della fiducia. Il resto dell’umanità semplicemente ci ruoterebbe intorno senza spostare granchè il nostro asse di riferimento, al massimo rovinandoci una mattinata dopo averci macchiato i pantaloni rovesciandoci addosso per sbaglio il caffè.

E invece non è così. Leggendo un libro scritto da qualcun altro, curiosando sul profilo Instagram di qualcuno, sedendoci di fianco ad una persona in metro mentre sta ascoltando una canzone che conosciamo a volume alto, ci relazioniamo con le opinioni, i gusti, le esperienze degli altri, generando micro-aggiustamenti delle nostre opinioni, dei nostri gusti e delle nostre esperienze. Questa cosa non deve spaventare. Forse, deve un po’ allarmare il fatto che ci siamo dimenticati come ci si fa a farlo in modo costruttivo e utile.

Essendo aumentante vertiginosamente le modalità di incontro con i nostri coinquilini sociali ma essendosi anche spostate quasi tutte sul web, la portata di vite con cui relazionarsi è improvvisamente aumentata, talmente tanto che non sappiamo bene come gestirla. In pratica, per chi mastica fluidodinamica, siamo passati da un regime laminare ad uno turbolento. Per chi mastica ricette di cucina, abbiamo fatto impazzire la maionese.

In questo vortice di nuove modalità di comunicazione è fondamentale rendersi conto che scorrere velocemente la bacheca di Instagram e soffermare qualche secondo gli occhi sulla foto pubblicata da qualcuno, constatando “Ah Tizio è stato lì in vacanza”, aggiungendo come reazione al massimo un doppio click, non può sostituire un dialogo tra due persone in cui una pone delle domande all’altra in merito a dove, come, con chi, perché si è recata in un posto piuttosto che in un altro durante le proprie ferie.

Più che comunicare, ad oggi, in sintesi, deduciamo. Captiamo pochi dettagli visivi accompagnati da striminzite frasi e, anche se l’argomento ci interessa, ci fermiamo lì. Non approfondiamo, non chiediamo, deduciamo o ancora più semplicemente registriamo l’informazione così come l’abbiamo recepita, striminzita.

Tutto ciò non è sbagliato, semplicemente non può bastarci. Almeno non per tutto lo scibile. La funzione di questo nuovo tipo di comunicazione sociale potrebbe essere paragonabile a quella di una vetrina, ammirando la quale, con una certa giustificata superficialità, ogni tanto si sofferma l’attenzione quel briciolo in più su un vestito piuttosto che un altro, entrando quindi dentro il negozio per provarlo.

Sforziamoci ad approfondire le cose che ci interessano veramente e lasciamo indietro quelle che non lo fanno. Non è facile rieducarsi a farlo; anche perché, mentre gli strumenti “vetrina” sono in costante aumento e perfezionamento, per quelli di approfondimento dobbiamo improvvisarci autodidatti. Esistono, infatti, piattaforme per condividere foto, brevi pensieri, brani musicali. Esistono applicazioni su cui conoscere, apparentemente approfonditamente, potenziali partner. Eccetera. Sembra che nessuno si sia, però, occupato di progettare strumenti per conoscere davvero il motivo per cui altre persone si comportano diversamente da noi, hanno pensieri differenti, notano dettagli che noi avevamo ignorato.

Sarebbe comunque stato uno spreco di tempo, perché questo strumento esiste dal Paleolitico, e si chiama linguaggio. Insomma, le parole. Quando è stato necessario approfondire la comunicazione con i suoi simili, l’Homo Sapiens ha cominciato a parlare. Dai gesti, alle parole. Un upgrade della comunicazione conseguente ad un bisogno reale, tangibile, innegabile di migliorare la propria condizione confrontandosi con gli altri.

Forse ora, dopo 500.000 anni di progressione, nei quali la lingua ha servito fedelmente la società, espandendo il suo vocabolario a guisa delle esigenze dell’essere umano, la stiamo un po’ bistrattando. Chiamiamo in causa le parole per produrre hashtag, qualche riga di commento al massimo, scritta in velocità senza essere riletta; ci basta leggere il titolo di un articolo di giornale e l’informazione è già in nostro possesso, pronta ad essere rimbalzata ad altre persone che a loro volto non l’approfondiranno. Ma siccome la lingua è viva, nel senso che si nutre dei cambiamenti della società, espandendosi, rinnovandosi, modificandosi, se scriviamo meno, parliamo meno, ascoltiamo meno, leggiamo meno, impoveriamo il nostro linguaggio.

E la profezia è: se si impoverisce la lingua, si impoverisce la società.

Riappropriamoci, quindi, della vastità del nostro linguaggio, scegliamo le cose che ci interessano e raccontiamole, descriviamole, parliamone e soprattutto scambiamole con quelle che interessano agli altri. Facciamolo nella modalità che riteniamo più adeguata.

Io, ad esempio, scrivo cose lunghe e faccio molte domande.