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Marketing 25 Feb 2021
Filippo Pirini

Io credo nelle fate! Lo giuro, lo giuro.

In questo articolo verranno riportate tre brevi storie dove sogni, osservazioni e “bugie” diventano realtà: tre storie simili ma diverse. Questi racconti porteranno a delle domande alle quali non abbiamo una risposta, che porteranno ad altre domande a cui non abbiamo una risposta. E così via. 

Gordon Moore e la sua legge

È il 1965 e in California per la prima volta veniva enunciata la “Legge di Moore”. 

Gordon Moore, all’epoca manager del reparto Ricerca & Sviluppo della Fairchild Semiconductor (futuro fondatore della Intel), stava analizzando la tendenza nella produzione dei semiconduttori; la sua analisi lo portò ad una previsione che avrebbe stravolto completamente il mercato di quel settore. 

La sua riflessione consiste nel fatto che: “La complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistor per chip, raddoppia ogni 18 mesi”. In parole più semplici, ma non troppo, il nostro amico Gordon Moore voleva dirci che il numero di transistor all’interno di un circuito elettronico sarebbe raddoppiato ogni 18 mesi. 

Questo commento spinse tutte le aziende di quel settore ad adeguarsi a quanto detto da Moore e raggiungere l’obiettivo indicato, così da rendere realtà la sua osservazione e trasformarla così in una profezia. 

Rosenthal e pregiudizio

Anni sessanta. Ci troviamo ancora in California, nello specifico in una scuola elementare. Il ricercatore Robert Rosenthal sta conducendo un esperimento di psicologia sociale che consiste nel sottoporre ad un gruppo di alunni un test di intelligenza. Una volta completati tutti i test Rosenthal seleziona casualmente un numero ristretto di elaborati e informa i docenti del valore di quei risultati specificando che si tratta di alunni molto dotati. Un anno dopo tornò nella scuola per verificare se le sue previsioni, seppur casuali, si fossero avverate e così era: gli studenti da lui selezionati avevano migliorato il proprio rendimento scolastico fino a divenire i migliori della classe. La stessa Maria Montessori, anni prima, aveva stabilito una regola simile: un insegnante doveva evitare di pensare male di un suo studente, perché anche il semplice pensiero, e di conseguenza comportamento, nei confronti dello studente potesse portare effetti negativi nel suo apprendimento. 

Star Wars - La vendetta dei Sith
(Spoiler alert!)

In questo caso ci troviamo dentro l’immaginazione di George Lucas, nello specifico nell’episodio III di Star Wars: La vendetta dei Sith. In questa avventura troviamo Anakin Skywalker cresciuto, sposato con Padmé Amidala (interpretata da Natalie Portman) e alle prese con il suo percorso da Jedi, il migliore dei mondi possibili per un Jedi e per la sua segreta moglie. Tutta questa felicità viene interrotta da un incubo, o profezia, nel quale Anakin sogna di perdere Padmé. A questo punto, il nostro protagonista farà di tutto per evitare che il suo sogno si avveri e questo lo porterà a fidarsi di un signore dei Sith per diventare più forte ed evitare così la morte di Padmé. Proprio questo suo comportamento, però, farà scattare il meccanismo che porterà alla morte della tanto amata moglie. 

Un paragrafo fatto di esempi e punti interrogativi

Ora prendiamo queste tre storie e applichiamole a casi più vicini a noi, per esempio: il giudizio della critica cinematografica per un film non ancora uscito sui grandi schermi, o su quelli un po’ più piccoli, quanto ci influenza? Quante volte ci è capitato di essere pienamente d’accordo con la critica e valutare con ottime recensioni un film già valutato bene? Di conseguenza, quanto è sincero e genuino il nostro giudizio? E se invece succede il contrario? Mi spiego meglio: probabilmente è capitato a tutti di giudicare un film come sopravvalutato, perché probabilmente la nostra cerchia di conoscenze si ritrova all’interno dei punti interrogativi precedenti ma noi no e giudichiamo questo prodotto tanto acclamato come sopravvalutato. La domanda sorge spontanea: sopravvalutato rispetto a cosa? Qual è il parametro su cui si basa questo giudizio? Il giudizio della nostra cerchia? Ma non è soggettivo? 

Cambiamo esempio. Siamo un gruppo di investitori che di comune accordo decide di acquistare azioni in blocco di una società X perché crediamo che quest’ultima abbia molte opportunità di crescere. Quest’ultima accresce il suo valore grazie ai nuovi investitori e di conseguenza il numero dei suoi azionisti aumenterà, così da far crescere nuovamente il valore dell’azienda portando di conseguenza nuovi investitori, dando vita, così, ad un circolo virtuoso. 

Prossimo esempio: questa volta parliamo di Tha Supreme, pseudonimo di Davide Mattei, trapper e produttore discografico. A differenza di molti altri artisti che sono partiti a suonare da bar, club o palazzetti, lui è stato per una buona parte lanciato dalla sua etichetta discografica e da testate giornalistiche del settore, annunciandolo come una rivoluzione e una vera e propria scoperta per la scena musicale attuale. Anche in questo caso la domanda sorge spontanea: quanto siamo stati influenzati da figure per noi di spicco che l’hanno acclamato e omaggiato? Quanto siamo influenzati dalla massa e dagli influencers? 

Fin dove arriva la nostra realtà e dove viene interrotta dalla realtà delle persone che ci circondano? Quanto è manipolabile il futuro e quanto siamo legati a vincoli sociali e di mercato? E perché è così difficile pronunciare correttamente il testo di Blun7 a Swishland? 

La profezia che si autoadempie

Qual è il denominatore comune tra tutte queste storie? Il fatto che rispondono a quella che in sociologia è chiamata  “profezia che si autoavvera”. 

Secondo il sociologo Robert Merton è “una supposizione o profezia che, per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l'avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità”, da questa profezia derivano fenomeni simili: “effetto aspettativa”, “effetto Hawthorne”, “effetto Pigmalione” (o Rosenthal), “effetto placebo”, circoli viziosi, circoli virtuosi e molti altri.