Miuccia Prada’s Eyes.

All’interno della Galleria Vittorio Emanuele II, durante una serata concepita per celebrare l’artigianalità italiana, quattro robot umanoidi hanno attraversato la passerella, muovendo le braccia in maniera scomposta, in una sorta di danza nuda, davanti a un pubblico riunito per rendere omaggio all’industria e al mondo della moda.

Quell’assenza di abiti, più della loro andatura incerta, sembrava contenere la contraddizione di Vogue World Milano: alle macchine era stato assegnato il compito di rappresentare il futuro, ma nessuno -evidentemente- si era preso il rischio di provare a immaginare quale rapporto quel futuro dovesse intrattenere con la moda, o con gli esseri umani.

Nelle ore successive, a corredo delle immagini dello spettacolo, le reazioni impassibili di Miuccia Prada e Alessandro Michele, sono diventate sui social la manifestazione perfetta di un dissenso che non avevano bisogno di formulare.
Non sappiamo che cosa stessero pensando, e attribuire loro un giudizio sulla tecnologia significherebbe confondere un dubbio con una dichiarazione; possiamo però osservare quanto rapidamente il pubblico abbia trasformato quei volti in un commento collettivo, trovandovi una risposta al disagio provocato dalla scena. 

Il progetto degli organizzatori aveva un’ambizione più articolata, prova a spiegarcelo Vogue: gli umanoidi prodotti da Unitree comparivano nel quarto atto, dedicato all’era dell’intelligenza artificiale, all’interno di un percorso che collegava artigianato, industrializzazione e immaginazione.

La loro presenza avrebbe dovuto rendere percepibile l’incertezza di un passaggio storico, compresa quella sensazione di estraneità che il direttore creativo Juan Costa Paz riconosceva come parte dell’effetto cercato. Ah, ok, quindi era intenzionale! In una città nella quale il rapporto fra capacità manuale, progettazione e industria appartiene alla storia concreta della produzione, gli androidi dovevano portare il dubbio.

Forse in questo senso la scena avrebbe richiesto qualcosa di più della semplice apparizione di una macchina.

Il futuro sembrava  venire visto e riconosciuto nella sagoma di un umanoide, capace di muoversi  tipo i robottini domestici degli anni 90, senza comprensione della sua funzione né utilità.

L’intelligenza artificiale, nella maggior parte delle esperienze quotidiane, non possiede oggi un corpo che permetta di osservarla.

La utilizziamo  attraverso interfacce, immagini e testi, mentre le infrastrutture e il lavoro necessari a produrli rimangono lontani dalla nostra esperienza, improvvisamente  un robot restituisce a questa trasformazione tecnologica un “corpo” sulla quale concentrare aspettative, timori e risentimento. 

A rendere quella scena più controversa contribuiva anche il contesto nel quale avveniva. Il programma ufficiale indicava Meta Glasses fra i principali sponsor e OpenAI fra i sostenitori dell’evento: una circostanza che non dimostra un loro intervento nella scelta dei robot, rivendicata da Costa Paz come editoriale, ma che inevitabilmente ne condizionava la lettura. Quando chi trae valore dalla diffusione di una tecnologia finanzia il luogo in cui quella tecnologia viene rappresentata, il pubblico ha ragione di interrogarsi sul rapporto fra libertà del racconto e interessi economici, senza per questo dover presumere che ogni decisione sia stata dettata dagli sponsor.

È su questo terreno che nss colloca la propria critica, leggendo l’incontro fra moda e Big Tech come uno scambio fra risorse finanziarie e legittimazione culturale. La moda porta in questa relazione qualcosa che il denaro può sostenere ma difficilmente produrre da solo: un’autorità costruita attraverso il gusto, la selezione e la capacità di rendere desiderabile ciò che ancora non lo è. Accogliere una tecnologia nei suoi spazi significa contribuire a definirne il posto nell’immaginario comune, ed è proprio questa influenza a rendere insufficiente una rappresentazione che si limiti a suggerirne l’inevitabilità.

Celebrare il “tocco umano” nell’era dell’AI comporta allora una responsabilità che va oltre la difesa astratta della creatività, perché quel tocco appartiene a persone con competenze, compensi e margini di autonomia molto diversi.
Una discussione all’altezza della trasformazione dovrebbe arrivare fino a loro, chiedendo quali attività acquistino nuove possibilità, quali rischino di perdere valore e chi abbia il potere di decidere come distribuire i vantaggi.
Uno spettacolo non è tenuto a risolvere queste questioni, ma, quando sceglie di evocarle, può almeno dare loro una forma abbastanza precisa da permettere al pubblico di riconoscerle.

“Send in the clowns!”, ovvero “Fate entrare i pagliacci” si dice nello slang americano per indicare la necessità di inserire un elemento di divertimento o distrazione quando qualcosa va storto. I robot hanno avuto questa funzione, quella di clown, incapaci di qualsiasi cosa se non di aprire il discorso sulle contraddizioni tra tecnologia e arte, inconsapevoli parafulmine di un discorso complesso e sempre più inevitabile.

La domanda lasciata aperta a Milano riguarda perciò la capacità della cultura di scegliere come affrontare una tecnologia che da tempo sta contribuendo a finanziarla e a trasformarla. Al momento hanno vinto le mani giunte e gli occhi vuoti di Miuccia Prada.

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